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26
Mag

Riparte il Ma.To: intervista a Mariano Narcisi

Il MA.TO, amatissimo locale sanbenedettese, sta per riaprire le porte: il 2 giugno si riparte e non potevamo perdere l’occasione di fare una chiacchierata con Mariano Narcisi, chef e patron.

Chef Narcisi, il 2 giugno MA.TO riapre le porte: come ti senti ad avere di nuovo nel locale i tuoi affezionati ospiti?

Siamo molto contenti ed emozionati perché non vediamo l’ora di riaprire a pieno regime. Effettivamente non siamo mai restati chiusi, nel periodo Covid siamo stati aperti con il servizio del delivery adattandoci a questa nuova formula visto che in precedenza non facevamo consegne, successivamente abbiamo fatto il take-away.

È stata un’esperienza molto utile, abbiamo lavorato bene e abbiamo preso una fascia di clientela che prima non avevamo, quindi è stato comunque interessante.

Dal 2 giugno riapriremo ma terremo i servizi di delivery e take-away visto il successo.

Voi avete deciso di aspettare…posso chiederti perché? Come vi siete attrezzati per proteggere voi stessi e i clienti?

Abbiamo deciso di aspettare perché a mio avviso non erano ancora chiare le regole e volevo essere certo di rispettare a pieno il decreto, per garantire la sicurezza di tutti e attrezzare al meglio il ristorante. Per quanto riguarda l’igiene per me veniva applicata quotidianamente anche prima del Covid, è un aspetto fondamentale della ristorazione.

Da quando è stato possibile effettuare il delivery siete ripartiti con quel sistema e poi il take away: cosa vi hanno detto i clienti appena hanno potuto ri-assaggiare i vostri panini e il vostro sushi?

La riapertura con il delivery è stata difficile perché non eravamo abituati, rispettare gli orari, mantenere i piatti caldi, inizialmente abbiamo fatto degli errori, ma con il tempo ci siamo migliorati e organizzati al meglio. Abbiamo riscontrato grande approvazione dai clienti, che ci hanno lasciato ottime recensioni, ad esempio su Tripadvisor, riguardo il servizio del delivery e ne siamo felici.

Se potessi raccontare la speranza che tutto vada con uno dei tuoi piatti…quale sarebbe?

Se dovessi raccontare con un mio piatto la speranza che tutto vada bene, sceglierei il “Vaso rotto”, un giorno passeggiando per strada vidi cadere da un balcone un vaso, che si ruppe completamente in mille pezzi, ma restò integra la terra con i fiori sbocciati. Da lì mi venne l’ispirazione di creare questo piatto, per me simbolo di speranza e vita, si può rompere tutto, ma la vita continua più forte di prima.

 Questo è stato comunque un periodo di riflessione: tu personalmente e lavorativamente come lo hai impegnato? Ti senti cambiato?

Come periodo di riflessione, i primi 20 giorni in cui siamo stati chiusi, ho fatto fatica perché ho avuto paura, ero terrorizzato, spaventato dal dovermi nuovamente rialzare da una brutta caduta.

Poi però ho reagito e mi sono rimboccato le maniche e ho lavorato non credendo che il delivery ci potesse far lavorare tanto.

 

Dimentichiamo per un attimo il Covid: come scegli i suoi collaboratori?

I miei collaboratori li scelgo molto con l’intuito, non ho degli standard predefiniti, ad oggi ho due collaboratori, Giuseppe detto Peppe che lavora con me in cucina e Sofia che lavora in sala. Entrambi vengono da Accademia Chefs, li ho conosciuti nel mio percorso in Accademia e li ho voluti fortemente. Loro mi seguono in tutta la mia avventura e hanno preso a cuore il mio progetto e sono fondamentali per me.

 

Sei stato chef resident da noi in Accademia: due parole su quell’esperienza.

Sono stato docente, chef resident per 5 anni ed è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Mi ha fatto crescere, ho avuto la possibilità di socializzare con le persone, Roberto mi ha sempre dato massima libertà, ed ho sempre potuto creare con la mia visione di cucina.

Inizialmente appena Roberto mi diede l’opportunità accettai immediatamente ma sentii subito la responsabilità della docenza, persone che spendevano soldi, risparmi per imparare al meglio il mestiere, dipendevano da me.

Mi sono rimesso a studiare e con il tempo ho perfezionato il mio modo di insegnare, di rapportarmi con le persone e creare un bellissimo rapporto con esse, li chiamavo i miei cuccioli, per me si creava una sorta di famiglia.

 

Pensi che la regione avesse bisogno di un centro formativo di questo livello?

C’era bisogno di una scuola come Accademia Chefs nella nostra regione, mancava, dà modo di formare professionalmente delle persone e con lo stage è semplice anche poi trovare lavoro, perché è fondamentale la formazione ma anche la pratica.

Adesso non resta che partire: e siamo sicuri che il MA.TO sarà di nuovo all’altezza della sua fama!

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