A San Benedetto del Tronto, Accademia Chefs ha costruito negli anni una comunità di cuochi, professionisti e appassionati che credono nella formazione come vero motore della crescita. Tra questi c’è Umberto Bentivoglio – chef del SaSushi e del Caffè Soriano – che oggi porta in aula un bagaglio di esperienza maturato tra cucine stellate, brigate ferree e scelte di vita coraggiose. Il suo percorso è diventato un modello proprio perché racconta, con sincerità, cosa significa diventare cuochi: studiare, cadere, rialzarsi, e imparare una cosa sola prima di ogni tecnica. L’umiltà.
Ed è questo il valore che Umberto trasmette agli studenti di Accademia Chefs, dove è docente dei corsi professionali e, dal 5 dicembre, terrà anche una Master Class dedicata a carni e cacciagione. «Parleremo di piccione, quaglia, selvaggina e delle tecniche di cottura e conservazione più importanti», racconta. «Come ho imparato negli anni, è fondamentale saper trattare la materia prima e rispettarla. I fondamenti vengono prima di tutto.»
Una storia che Accademia Chefs ha scelto di portare in aula
Il viaggio professionale di Umberto non nasce da una tradizione di famiglia. Nasce da un’assenza: quando non hai un’eredità da proteggere, devi costruire la tua. La prima svolta arriva a Parma, all’Antica Corte Pallavicina, dove capisce che in cucina non c’è romanticismo: c’è lavoro quotidiano, disciplina, una cura quasi ossessiva per il dettaglio. È lì che si forma l’approccio che oggi insegna agli allievi dell’Accademia.
Seguono Milano – nel 2008, al Cracco Peck, due stelle Michelin – e poi Senigallia, con Cedroni e l’esuberanza della cucina molecolare. Troppa pressione, troppo presto. A diciannove anni, quando la cucina diventa una guerra elegante, si rischia di perdere sé stessi.
Poi, finalmente, un maestro: Roberto Fiorini. Da lui impara l’essenza che oggi porta nel laboratorio dell’Accademia: togliere invece che aggiungere, guardare al pesce come a un organismo vivo da rispettare, non innovare senza conoscere la tradizione. Portonovo lo ristora, lo radica.
Arrivano le carni, Norcia, le lunghe cotture, il Ginevra ad Ancona. Gli riconoscono talento e guide favorevoli, ma l’azienda prende un’altra direzione. E Umberto sceglie di andarsene.
Da Londra al rientro nelle Marche: ciò che insegna davvero
Londra è un passaggio necessario: Le Gavroche, turni infiniti, metro chiusa, camminate nel gelo. Una città che ti spoglia di ogni illusione. «Lì ho capito la cosa più vera: non sei una star. Sei uno che cucina. Fallo bene, punto.» È una frase che ripete anche ai ragazzi dell’Accademia, quando l’entusiasmo rischia di travolgerli.
Seguono altre due stelle, poi l’Arabia Saudita. Poi il Covid. E un ritorno quasi istintivo a San Benedetto, dove rimette in piedi una situazione complicata e riscopre il valore del territorio.
Infine SaSushi, il locale che non cercava, ma che gli ha permesso di crescere e di portare nel mondo asiatico la sua sensibilità italiana.
Umberto in Accademia Chefs
Oggi la sua cucina è cambiata: meno dimostrazione, più ascolto. E questa maturità è il cuore della sua didattica. A San Benedetto, dice, devi imparare a cucinare per chi siederà a quel tavolo, non per il tuo ego. Ogni luogo ha il suo linguaggio. Ogni studente il suo ritmo. È per questo che la sua presenza in Accademia è così importante: perché racconta la verità del mestiere ed “è giusto che gli allievi la conoscano, perché l’Accademia può darti nozioni, può far crescere una passione che però deve già essere dentro di te” Non la versione eroica, dunque, ma quella reale, fatta di studio, sudore e rispetto. Quando gli chiedono se rifarebbe tutto, sorride stanco.
E ripete la frase che è diventata il suo marchio, e che all’Accademia i ragazzi ormai conoscono bene:
«Noi facciamo da mangiare, punto. Tutto il resto è rumore.»

